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Ordine dei giornalisti: l'intervista a Mughini PDF Stampa E-mail
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25-01-2009 23:01
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ImageCorreva l'anno 2007: in maggio il Consiglio regionale dell'Ordine dei giornalisti del Lazio radiò Giampiero Mughini dall'albo. La nota presenza fissa a Controcampo si era macchiato della colpa di scrivere due articoli nonostante la sospesione a causa di uno spot per conto di una nota casa di telefonia. Ai giornalisti è infatti vietato pubblicizzare qualunque prodotto. Mughini scrisse una lettera, pubblicata sul Foglio, in cui fece sapere di non aver apprezzato il tono «ultimativo e perentorio» di quella convocazione, definisce l’ordine una «burocrazia del nulla» e avverte i mittenti: «Non risponderò né ora né mai, mi mandaste pure trenta telegrammi». Vittorio Feltri lo ha accolto in redazione del suo Libero, al quale tuttora collabora. La redazione GN pubblica l’intervista datata settembre 2006, affinché sul ruolo dell’Ordine dei giornalisti e più in generale sul sistema informazione in Italia non cali il sipario dell'oblio.
Non dica che non si aspettava la reazione dell’ordine
«La davo per scontata. Me ne sono altissimamente strainfischiato, non avendo dell’ordine alcuna considerazione. Lo considero uno dei tanti enti inutili italiani».
Anche se attesa, la reazione dell’ordine dei giornalisti è riuscita comunque a colpirla
«È stata molto sgraziata sul piano della forma. Potevano farmi una telefonata in cui, da collega a collega, mi ponevano le loro domande. Invece mi hanno inviato un telegramma come si manderebbe a un inquilino da sfrattare, a un debitore che si rifiuta di pagare. Quel telegramma se lo possono ficcare in quel posto».
Bene che vada la sospendono dall’ordine dei giornalisti
«Lo do per certo. Tanto, io non mi sono mai sentito un giornalista, anche se sono stato ospite in molti giornali, in alcuni come dipendente e in altri come collaboratore. In questo momento, peraltro, non ho alcun giornale su cui scrivere né alcun rapporto professionale con alcun giornale».
Però lei in tutti questi anni è stato iscritto all’ordine dei giornalisti, e lo è tutt’ora. Perché?
«Sì, pur non avendo mai capito a cosa servisse l’ordine dei giornalisti ho pagato l’iscrizione all’albo sino allo scorso anno, quando ero ancora dipendente di Panorama. Nell’anno 2006 non l’ho ancora pagata. Più per pigrizia che per altro. In tutta la mia vita non ho mai avuto un solo istante di rapporto con l’ordine, né ho mai pensato all’ordine in momenti che pure ritenevo importanti dal punto di vista deontologico».
Ad esempio?
«Il fatto che alcuni giornalisti mi insultassero su un quotidiano avrebbe dovuto richiedere la convocazione di un collegio d’onore».
Chi l’ha insultata?
«Una volta lo fece un giornalista di Repubblica. Era un mio ex collega di Paese Sera, si chiama Alfredo Dondi. Sotto pseudonimo, scrisse che in televisione avevo l’aria dello spastico. Non mi pare fosse un argomento troppo felice».
Non troppo. E lei?
«Io feci l’errore di rivolgermi alla magistratura. Il giudice, che evidentemente era un grande ammiratore di Repubblica, scrisse che quello era un articolo divertente e ironico e mi condannò a pagare le spese. In un’altra occasione Antonio Gnoli, sempre su Repubblica, scrisse che un mio libro stava andando talmente male che la Rizzoli era preoccupata. Chiamai l’addetto commerciale della Rizzoli. Mi disse: “Caro Mughini, se tutti i libri andassero male come il suo faremmo i salti di gioia”. Inviai quindi una lettera a Eugenio Scalfari, chiedendogli di pubblicarla. Non l’ha mai fatto».
La morale della storia?
«La morale è che la prossima volta l’eventuale collega lo aspetterò sotto casa».
L’ordine dovrebbe servire anche a evitare certe soluzioni drastiche
«L’ordine non esiste. Non ha niente a che vedere con la vita morale, professionale, deontologica e culturale di noi giornalisti. A parte il fatto che noi giornalisti siamo un’entità che non esiste. Ci sono diecimila giornalisti, diecimila pseudo liberi professionisti, ciascuno dei quali si arrangia o fa bene a modo suo, in specializzazioni completamente diverse e in contesti culturali del tutto distanti. Nessuno ha nulla in comune con gli altri. Io non ho nulla in comune con gli altri 9.999 altri giornalisti. Ciò non toglie che io possa stimare molti di loro, come lei o come il suo direttore».
Favorevole all’abolizione dell’albo dei giornalisti, quindi?
«Assolutamente. Se non ho firmato l’appello per l’abolirlo è solo perché io non firmo mai appelli. Ma la perfetta inutilità dell’ordine è notoria. È anche un po’ offensiva l’idea che liberi professionisti siano catalogati e messi in un elenco. Non c’è l’elenco delle puttane, perché mai dovrebbe esserci l’elenco dei giornalisti?».
Nella sua lettera lei sostiene che la sua prestazione pubblicitaria e la sua attività giornalistica sono due cose separate
«Assolutamente diverse. Io per fare quello spot ho un contratto d’artista e per quella remunerazione verserò i contributi all’Enpals, l’ente previdenziale dei lavoratori dello spettacolo. Non un secondo è messa in gioco la mia identità di giornalista. Ovviamente, se dopo aver fatto quello spot scrivessi un articolo a celebrazione di quel determinato prodotto, io meriterei non l’espulsione dall’ordine, ma la fucilazione civile. Ma io questo non lo farò. A differenza delle ignobili marchette che i giornali pubblicano tutti i giorni».
Qual è il prototipo dell’ignobile marchetta?
«È l’esaltazione del dirigente politico da parte del giornalista amico. Trovo allucinante che alcuni che scrivano di politica facciano apertamente i nomi di leader ai quali sono non affezionati, ma devoti. E non parlo di modi di essere alla Giuliano Ferrara, il quale quel suo ruolo guascone lo ha scelto con spirito di provocazione».
Di chi parla quindi?
«C’è gente alla quale, al pronunciare il nome di Prodi, viene la lacrima agli occhi. Altri hanno la stessa reazione al pronunciare il nome di Berlusconi. Niente nomi però, non è piacevole».
Solo un paio
«Diciamo che Gad Lerner e Paolo Guzzanti, entrambi miei amici, sviano dall’identità della professione. Parlassero da artisti andrebbe benissimo. Ma come giornalisti no. Perché loro si commuovono».
Chi si salva?
«Tantissimi. Ho già detto della mia stima per Vittorio Feltri. Marco Travaglio è un altro che picchia a destra come a sinistra, e lo stimo anche se condivido solo metà delle cose che dice. Ma quelli che leggo con delizia sono centinaia. Giampaolo Pansa, molti dei collaboratori del Foglio. Sono stra-amico di Aldo Cazzullo. È una lista che non finisce mai, e mi scuso con tutti quelli che non ho citato».
Ma lei riesce a recensire il libro di un amico con lo stesso distacco con cui recensisce il libro di un perfetto sconosciuto?
«Assolutamente no. Recentemente ho scritto proprio dell’ultimo libro di Cazzullo. E ne ho scritto in modo manifesto come del libro di un amico».
Una recensione da artista, quindi. Non da giornalista
«Da artista, assolutamente».
“Ignobili marchette” ne ha mai fatte?

«Quando stavo a Panorama, una dozzina d’anni fa, l’allora mio direttore mi chiese un’intervista a un noto stilista».
Quale stilista?
«Siccome è morto non lo citeremo. Io non potevo dire di no. Né avrei avuto alcun motivo per farlo. Mentre ci parlavo, lui era come se smussasse le domande. Io ero molto scontento del prodotto che stava venendo fuori. Ma la cosa peggiore fu quando, dopo che avevo consegnato l’articolo, il suddetto intervistato telefonò alla direzione del giornale e chiese di migliorare alcune cose che io gli avevo fatto dire. E in parte gli venne concesso, perché quel signore irrorava Panorama di pagine pubblicitarie. Ne venne fuori non una “ignobile marchetta”, ma comunque una marchetta».
Da renderne conto all’ordine dei giornalisti
«Se in quell’occasione l’ordine mi avesse telefonato, io avrei sentito il dovere di andare e spiegarmi. Solo che avrei trovato una fila lunga da Roma a Settebagni, perché assieme a me avrebbero dovuto esserci tutti i giornalisti che in quella settimana avevano fatto marchette».
La marchetta come malattia professionale della categoria
«Un collega mi ha spiegato che alcuni dei giornalisti che scrivono di moda hanno gli armadi pieni di vestiti degli stilisti di cui tessono elogi spietati. Abbiamo visto anche nel giornalismo sportivo: una cosa è amare una squadra, una cosa è telefonare al direttore generale di quella squadra per farsi dire come comportarsi in televisione. E in questo quadro del disonore mandano un telegramma a me, come fossi una colf?».
Fausto Carioti

Ultimo aggiornamento: 26-01-2009 14:47

Pubblicato in : News, Informazione
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