| 19-12-2008 00:31 |
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 "Come mettere fine a questa guerra, con il suo bagaglio di orrori quotidiani? Come si fermano le guerre? Le guerre finiscono precisamente quando i nostri sentimenti di odio cedono il passo [...] si tratta di capire cosa è successo a noi. È di noi che si tratta. Della bestialità che ha invaso i nostri cuori. È dal cuore di questa Cecenia “pacificata” ho voglia di gridare: S.O.S!" È il grido disperato di Anna Politkovskaja, giornalista Russa uccisa il 7 ottobre 2006 per aver messo la propria vita, ed ora anche la propria morte, al servizio della verità e della giustizia.
Nei racconti di Anna Politkovskaja sul conflitto in Cecenia e sulla Russia postsovietica, si concentrano tutti gli orrori che l'uomo può produrre: l'odio profondo verso l'altro, la vigliaccheria, lo Stato criminale, la corruzione, la menzogna, l'ipocrisia, la crudeltà senza limite, la dittatura della miseria. La sua è una condanna durissima e senza sconti di Vladimir Putin, del suo governo, di un esercito spietato e di un sistema giudiziario profondamente corrotto. Ci racconta una Russia che ama, ma che, con amarezza e dolore profondo, riconosce incapace di affrancarsi da un "codice di vita sovietico", una vera e propria forma mentis talmente radicata, da permettere che un capo di Stato, ex funzionario KGB, salito al potere grazie ad uno dei conflitti più crudeli del nostro secolo, possa godere di grande popolarità. Ci siamo chiesti cosa potevamo fare per ricordarla, per onorare il suo coraggio, per dimostrare che ora sappiamo, che abbiamo capito, che d'ora in poi nessuno potrà fingere di non sapere. E così, la sera del 12 ottobre scorso, le abbiamo dedicato un concerto della prestigiosa orchestra a plettro Gino Neri, per far viaggiare il suo messaggio attraverso la musica e farlo arrivare in profondità nelle nostre coscienze. Abbiamo anche promosso una raccolta firme da inviare alla commissione toponomastica per dedicarle una strada o una piazza della nostra città, affinché resti sempre viva nella memoria collettiva la sua lezione di coraggio. Andrè Glukmann scrisse di Anna che non abbiamo saputo proteggerla. "Come poteva la comunità internazionale proteggere una persona così esposta, così coinvolta in vicende pericolose, all'interno di uno scenario di guerra, terrorismo e odio incommensurabile?" si chiedono gli osservatori internazionali e i potenti della terra; e così, a malincuore, sentiamo qualcuno, anche tra illustri intellettuali, che prova a raccontarci che Anna Politkovskaja era una donna troppo determinata e scomoda e che, in fondo, se l'è andata a cercare. In realtà, ciò che non riusciamo più a proteggere sono i valori che Anna, sola e forte incarnava. Abbiamo rinunciato a credere di potercela fare, abbiamo tutti rinunciato a combattere. La rassegnazione è il vero cancro che annienterà la comunità internazionale. Quante altre Politkovskaja dovranno morire nel mondo per combattere un morbo che fa prosperare l'avidità dei criminali di cui, come lei stessa scrive: "Abbiamo riempito l'intero pianeta?" Il processo per la sua morte si sta svolgendo proprio in questi giorni e, anche se i nostri media ne parlano pochissimo, è costellato di colpi di scena e di situazioni assai poco chiare. L'ultima è la decisione clamorosa di svolgerlo a porte chiuse, fatto destinato a sollevare seri dubbi sulla volontà delle istituzioni giudiziarie (o non solo di queste) di voler appurare pienamente le responsabilità dell'assassinio. Inoltre, il processo parte anomalo, in quanto sul banco degli imputati (ceceni) compaiono solo personaggi di secondo piano. Il presunto esecutore materiale è latitante e del tutto ignoti restano i mandanti.Il 12 ottobre alla sala S. Francesco, con i silenzi e le poche parole, con la musica e i lunghi applausi in omaggio al suo ricordo, abbiamo cominciato un cammino che non vogliamo interrompere. Ora, anche nei nostri piccoli problemi quotidiani, ricominciamo da Anna .
M. Teresa Pistocchi Ultimo aggiornamento: 19-12-2008 00:53
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