| 09-12-2008 17:19 |
| Pagina vista |
477  |
|
|
|
Dal 2009 al premio Pulitzer, il più prestigioso riconoscimento americano nel campo del giornalismo, potranno concorrere i giornalisti di testate apparse anche solo su Internet. L’annuncio degli organizzatori ha specificato anche che per le pubblicazioni online non sarà definita una categoria a parte oltre alle 14 già esistenti, ma che anzi, il prossimo turno di premi, nell'aprile 2009, potrà incoronare allo stesso tempo «giornali stampati e organi di informazione che pubblicano solo sul web», e questo in tutte le categorie.
Per Sig Gissler, uno dei responsabili del premio, la decisione è una «evoluzione logica della missione storica del premio Pulitzer. Controlliamo costantemente i cambiamenti sulla scena mediatica - ha spiegato - per apportare gli aggiustamenti necessari a mano a mano e con moderazione». Dal 1904, anno della creazione, il premio della Columbia University, come ha ricordato lo stesso Gissler «ha già conosciuto alcune evoluzioni nel corso della sua storia, come i servizi fotografici, ad esempio che sono stati premiati solo a partire dal 1943». Insomma, i media online si sono conquistati evidentemente anche agli occhi dei più severi giudici lo status di media a tutti gli effetti. Ma a dare l’idea del passaggio storico non c’è soltanto la decisione del comitato per il Pulizer. Purtroppo, infatti, il segnale di quanto sia diventato autorevole il giornalismo in Internet lo hanno già dato i dati dell’annuale studio del Committee to Protect Jourmalist (Cpi). Per la prima volta – dice l’organizzazione di difesa dell’informazione – i giornalisti online superano i colleghi della carta stampata per numero di arresti. Dei 125 giornalsiti finiti in prigione in 29 stati del mondo, ben 56 lavorano per testate online o in redazioni di blog. Insomma, il giornalismo online si è conquistato la parità, ma l’effetto di questo nuovo lustro è che ha «catturato così anche l’attenzione dei regimi repressivi» - ha spiegato il direttore esecutivo del Cpj Joel Simon». Il sorpasso dei giornalisti dei nuovi media sui colleghi della stampa sarebbe data secondo Simon – dalla «anche grazie alla minore necessità di investimenti e anche dalla difficoltà di essere controllati». Quando si parla di “giornalismo online”, tuttavia, sottolinea il rapporto, non si è ancora ben coscienti di cosa si parla ed sempre più frequente che i blogger vengano considerati giornalisti in ragione del fatto che sui blog, anche personali, la maggior parte dei post sia di natura giornalistica. Di qui a far passare per testate giornalistiche i blog personali il passo, come si è visto in Italia con la proposta di legge “ammazza blog”, può essere breve. Resta il fatto che anche per il direttore esecutivo del Cpj «il futuro del giornalismo è online e – ha aggiunto Simon – siamo in guerra contro i nemici della libertà di stampa che usano le prigioni per definire i limiti del dibattito pubblico». A negare la libertà di stampa anche per il 2008 restano sempre gli stessi paesi. Al primo posto per il decimo anno consecutivo, la Cina, con 24 giornalisti online in carcere su 28. Segue Cuba, in calo con 21 arresti contro i 24 del 2007. Al terzo posto la Birmania che ha raddoppiato la cifra rispetto all’anno scorso. Ci si può consolare con il dato più importante: per il secondo anno i giornalisti finiti in prigione sono in calo, e forse il numero sarebbe addirittura sceso ad un terzo se l’attenzione dei regimi non si fosse semplicemente spostata sui giornalisti di testate online. Alessia Grossi Fonte: L'Unita.it - http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=74030 Ultimo aggiornamento: 09-12-2008 17:30
Commenti utenti (1)
|
|
|