| 18-12-2007 14:30 |
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C’è un aspetto che rende peculiare questa particolare fase politica: l’elezione in Parlamento di un congruo numero di avvocati difensori di mafiosi di primo piano. Il diritto alla difesa è un irrinunciabile diritto costituzionale garantito a tutti gli imputati, compresi quelli accusati di mafia o di altri efferati delitti. Il diritto di ogni avvocato a difendere il proprio assistito, qualunque sia l’accusa a lui rivolta, è un altro, intangibile, diritto costituzionale. E tuttavia è un problema, sicuramente inedito nella storia del Parlamento italiano, se un certo numero di avvocati di capi riconosciuti – processualmente e storicamente – di «Cosa Nostra» vengono eletti in Parlamento e siedono nei banchi della maggioranza di Governo. Esiste anche un problema che attiene la libera determinazione degli stessi parlamentari che possono subire ricatti o pressioni indebite ed inaccettabili dai propri assistiti i quali potrebbero pretendere dai loro difensori diventati parlamentari, si suppone anche grazie ai voti delle loro famiglie e dei loro amici, atteggiamenti più legati agli interessi degli assistiti che a quelli attinenti alla funzione del parlamentare; e ciò anche senza voler accedere all’idea che i parlamentari siano stati eletti per sostenere certe leggi favorevoli agli imputati, come i mafiosi stessi del resto hanno detto chiaramente. Il problema pone, più in generale, la questione della incompatibilità della funzione difensiva con l’esercizio del mandato parlamentare, specie nell’ambito delle Commissioni che dispongono di penetranti poteri di inchiesta.
Nella Commissione antimafia, che per l’adempimento dei suoi compiti si avvale dei poteri dell’Autorità giudiziaria, il problema della incompatibilità con la professione forense assume aspetti di particolare delicatezza, peraltro concretamente emersi nel corso della missione a Caserta e puntualmente denunciati alla pubblica opinione dai commissari della opposizione. E’ ancora viva l’eco di quella inquietante domanda contenuta nella lettera fatta uscire dal carcere di Novara dove c’erano parecchi imputati detenuti in regime di 41-bis: «dove sono finiti gli avvocati meridionali che hanno difeso molti degli imputati per mafia e che ora siedono sugli scranni parlamentari?». Le risposte sin qui date dai partiti e in modo particolare da parte del Governo sono non solo preoccupanti, ma oltre modo allarmanti. Ad esempio, è difficile qualificare il comportamento dell’onorevole Berlusconi che si è avvalso della facoltà di non rispondere nel corso dell’udienza per il processo intentato a carico dell’onorevole Marcello Dell’Utri accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Il dottor Silvio Berlusconi aveva, ed ha, tutto il diritto di comportarsi così negando al Tribunale il contributo della propria testimonianza. Ma l’onorevole Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio e presidente di Forza Italia, ha commesso un grave atto politico che di certo non ha contribuito a fare luce su vicende che riguardavano un suo stretto ed antico collaboratore oltre che su una serie di interrogativi che si pongono sull’origine delle sue fortune finanziarie e sulla nascita di Forza Italia. Chi, meglio di lui, avrebbe potuto e dovuto chiarire tutto ciò con dovizia di particolari e risolvendo ogni dubbio? Nessuno, meglio di lui, avrebbe potuto chiarire aspetti rimasti ancora oscuri come ha scritto il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta nel decreto di archiviazione nei confronti dell’onorevole Berlusconi e dell’onorevole Dell’Utri in data 3 maggio 2002: «Gli atti al fascicolo hanno ampiamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra uomini appartenenti a "Cosa Nostra" ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli odierni indagati. Ciò di per sé legittima l’ipotesi che, in considerazione del prestigio di Berlusconi e Dell’Utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell’organizzazione quali eventuali nuovi interlocutori». Sono parole che non hanno avuto conseguenze sul piano penale e che tuttavia riguardano uomini, aziende e comportamenti di chi oggi è alla guida del Governo italiano. Possono tali interrogativi restare ancora senza un risposta? E per quanto tempo una democrazia matura come quella italiana può tollerare una mancanza di risposte su questioni cosı` cruciali? Altri dubbi, e non da oggi, circondano la vicenda delle stragi del 1992-1993 soprattutto in relazione ai rapporti nuovi che in quel periodo si sarebbero stretti tra mafia e politica e mafia e affari. Il comportamento del presidente Berlusconi è altamente diseducativo perché appare essere contrario alla collaborazione con lo Stato. Come si potrà avere la forza morale di indurre un semplice cittadino a rendere testimonianza dinnanzi ad un tribunale se il Presidente del Consiglio si comporta nel modo sopra descritto? Stralcio della relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia durante il governo Berlusconi 2001-2006 – relatore on. Lumìa Ultimo aggiornamento: 23-12-2007 12:13
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